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Perché le "architette" sono invisibili?

Premesso che per quanto mi riguarda il termine "architette" è veramente abominevole, credo comunque che la società in cui viviamo sia ben lontana dai modelli di pari-opportunità e considerazione, di cui tanto ci riempiamo la bocca l'8 marzo.
Il discorso potrebbe toccare tanti campi, ma colgo quest'occasione per soffermarmi sul mondo del lavoro, dove tante donne ormai (e finalmente direi), hanno raggiunto la "possibilità" di ricoprire i compiti più disparati. Il problema alla base è, secondo il mio pare, che questa "possibilità", più che la conquista da parte di una "categoria di PERSONE", sia ancora concepita come la concessione benevola di una "casta maschilista e superiore", che elemosina benevolenza nei confronti di una "CATEGORIA DI PERSONE" (sempre se sia mai possibile catalogare le persone...), che perennemente sarà considerata "debole" e, in qualche modo, "inferiore".
Penso ai settori in cui, ad esempio quello dei liberi professionisti che inevitabilmente mi tocca personalmente, le donne hanno dei ruoli di particolare responsabilità e autonomia decisionale tanto quanto, ovviamente, gli uomini.
Di fatto, la percezione che avviene nel mondo esterno non è però la stessa, e tante volte termini come "architette", "donne architette", e via dicendo sono utilizzate più per sottolineare la differenza di sesso (che di per sé non ha effetti e/o ripercussioni nello svolgere delle attività, e quindi senso di esistere) che per far riferimento a titolo professionale che non richiede nessuna declinazione femminile o maschile che sia (alla fine è un progettista che hai difronte!).
Se la ripercussione di un così gretto preconcetto è perciò tanto radicato nella nostra società, soprattutto quella dell’Italia meridionale; c'è da dire che la didattica nazionale che viene fornita a tutti i livelli d’istruzione continua a preferire i grandi nomi dell'arte e dell'architettura maschili, tenendo sempre in ombra le grandi figure femminili.
E' quindi con grande entusiasmo che accolgo iniziative come quella di Jane Hall, che con sua raccolta di architetture dagli anni '60 ad oggi, permette di riscoprire la presenza femminile dietro al disegno di diverse famose opere, come il London Eye a Londra di Julia Barfield, delle Absolute Towers a Mississauga di Dang Qun (MAD Architects) o del Pacific Design Center a Los Angeles disegnato da Norma Merrick Sklarek insieme a Cesar Pelli.
Una raccolta che presto entrerà nella mia libreria e collezione, spero anche nella vostra.

"Breaking Ground. Architecture by Women"
Jane Hall
Phaidon, 2019

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